Quando in casa si parla ma nessuno ascolta
La cena finisce in fretta. Ognuno sparecchia il suo piatto e sparisce: chi in camera, chi davanti alla TV, chi con il telefono in mano. Hai provato a chiedere “com’è andata oggi?” e hai ricevuto un “bene” senza nemmeno un’occhiata. Hai raccontato quella cosa importante del lavoro e nessuno ha commentato.
Ti chiedi: ma quando abbiamo smesso di parlarci davvero?
Il problema
Laura mi ha raccontato, frustrata: “Non so più cosa fare. Chiedo a mia figlia com’è andata, lei risponde a monosillabi. Provo a parlare con mio marito, annuisce ma vedo che non mi sta ascoltando. Io ci provo, ma mi sento ignorata.”
Conosco bene questa situazione. Non è che nelle famiglie non si parli più. È che si è perso il modo di comunicare davvero. Le conversazioni sono diventate uno scambio veloce di informazioni pratiche: “Hai fatto i compiti?”, “Cosa mangiamo?”, “A che ora torni?”. Funzionale, certo, ma senza nessuna vera connessione.
Laura era convinta di fare tutto bene. Il problema, secondo lei, erano gli altri: la figlia adolescente che si chiude, il marito distratto.
Le domande chiuse e quelle aperte
Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, le ho chiesto di mostrarmi concretamente come comunicava con sua figlia Giulia.
“Torno a casa, la vedo sul divano e le dico: “Allora, com’è andata oggi?”
“E lei cosa risponde?”
“Bene”. Poi insisto: “Cosa avete fatto a scuola?”. Lei: “Le solite cose”. Allora provo con altro: “Hai visto Martina?”. “Sì”. “E com’è andata?”. “Bene”.
“A quel punto mi arrendo perché vedo che non ha voglia di parlare”.
Ecco il punto. Laura pensava di dimostrare interesse facendo domande incalzanti. Inoltre, quelle domande, erano troppo vaghe “com’è andata?”; e troppo chiuse perché richiedevano solo un sì o un no, come risposta. Inoltre, dato molto importante, arrivavano una dietro l’altra senza pausa, come un interrogatorio. Il risultato? Giulia si sentiva sotto esame e si chiudeva ancora di più.
L’ascolto solo apparente
Con il marito Marco la dinamica era diversa. Laura raccontava, lui ascoltava. O almeno, credeva di ascoltare.
“Gli racconto di quella situazione complicata al lavoro, lui annuisce, dice “mmh, sì, capisco”, ma dopo cinque minuti gli chiedo “cosa ne pensi?” e lui mi guarda spaesato. “Non ha seguito nulla!”
Marco si difendeva dicendomi: “Ma io la lascio parlare! Sto zitto, non la interrompo, annuisco per farle capire che la sto seguendo.”
Spiego che stare zitto e annuire non è ascoltare. Marco era fisicamente presente ma mentalmente altrove e Laura lo percepiva chiaramente, sentendosi ancora più frustrata.
Cosa abbiamo cambiato
Il lavoro che abbiamo fatto insieme si è concentrato su pochi comportamenti concreti, ma efficaci. Domande poste in maniera aperta, l’ascolto attivo, il saper riconoscere il momento giusto per parlare, il saper accettare i silenzi o la non voglia dell’interlocutore di parlare in quel momento.
Laura ha imparato a fare domande più specifiche e aperte. Non “com’è andata?” ma “cosa è andato particolarmente bene oggi?” oppure “c’è stato qualcosa che ti ha fatto arrabbiare?” oppure “secondo te per quale motivo la tua amica non ti parla più?”
In pratica si tratta di formulare domande che invitano a raccontare, non solo a rispondere con un monosillabo. Ma soprattutto, ho spiegato che è meglio fare una domanda alla volta e aspettare davvero la risposta, in silenzio, senza riempire immediatamente l’assenza di parole, con un’altra domanda. All’inizio per Laura è stato difficilissimo: “Mi sembra di perdere tempo, ho paura che lei se ne vada se non continuo a stimolarla”.
Le ho fatto notare che proprio quel ritmo incalzante era sì uno stimolo, ma per farla scappare. Avrebbe potuto succede ancora perché oramai si era installata una routine meccanica e che con ogni probabilità, sua figlia, avrebbe avuto bisogno di tempo prima di accorgersi che le domande della mamma erano di stampo diverso.
Marco, il marito, ha scoperto che annuire meccanicamente è peggio che interrompere. Gli ho suggerito: se ti stai perdendo mentre Laura parla, dillo subito. “Scusa, chi è questa persona che hai nominato?” oppure “Aspetta, torna indietro, non ho capito questa parte”. Meglio fermarla per capire davvero che fingere di seguire. Oppure se non hai voglia di ascoltarla in quel momento, dillo.
Ho suggerito l’importanza del riformulare. Ripetere con parole proprie ciò che l’interlocutore ha appena detto. “Quindi se ho capito bene, il problema è che…”. Questo semplice gesto cambia tutto. Serve a sentirsi ascoltati e a rimanere presenti nella comunicazione. Naturalmente abbiamo lavorato anche sul riconoscere le occasioni giuste di connessione. Riconoscere quei momenti in cui l’altro è lì, disponibile.
Laura ha imparato a riconoscere questi momenti o semplicemente a chiedere se quello potesse essere il momento giusto per raccontare o discutere di qualcosa. Fermarsi, guardare negli occhi, ascoltare, sono elementi essenziali ad una comunicazione efficace che prevede anche un ascolto efficace.
I risultati che contano
I cambiamenti non sono stati spettacolari né immediati, ma concreti. Dopo un paio di settimane, Laura mi ha scritto che era riuscita a fermarsi da quello che stava facendo per ascoltare Giulia. Era anche riuscita a non interromperla e a non incalzare con le domande.
Marco mi disse che aveva notato che quando ha iniziato a essere onesto chiedendo: “scusa, mi sono perso”, invece di fingere, le conversazioni con Laura erano diventate più fluide. “Si arrabbia meno perché vede che sto davvero cercando di capire, non che annuisco per educazione.”
Laura aveva capito di essere lei la causa principale della mancata comunicazione con i suoi familiari. Non lasciava spazio per aprirsi, pretendeva di essere seguita nel suo flusso di comunicazione senza dar modo agli altri di scegliere il momento del dialogo, ma solo di subirlo. Spesso pensiamo che il problema della comunicazione in famiglia sia l’altro: i figli che non parlano, il partner che non ascolta. In realtà il problema è nel come comunichiamo noi. E la buona notizia è che questo possiamo cambiarlo.
Come counselor, il mio lavoro è proprio questo: aiutarti a vedere come, quando e cosa comunichi. Mostrarti i pattern che non noti, e allenarti a comportamenti più efficaci. Competenze pratiche che puoi applicare da subito.
Nella tua famiglia come funziona?
Se anche a casa tua le conversazioni sono diventate monosillabi, se fai domande ma ottieni solo risposte vuote, se dopo cena ognuno sparisce nella sua camera, se hai la sensazione che non vi ascoltiate davvero…
Il problema non è che la tua famiglia sia rotta. È che avete perso l’abitudine a comunicare in modo efficace. E le abitudini si possono ricostruire, con gli strumenti giusti.
Perché una famiglia che impara a comunicare sul serio – non per dovere ma per scelta – smette di essere un gruppo di persone che condivide un indirizzo e torna a essere un luogo dove rientrare la sera ha senso e dove comunicare è un momento di condivisione e di crescita, per tutti, nessuno escluso.